NON È MAI TROPPO TARDI PER RENATO DI ROCCO E I SOSTENITORI DI CICLISMO 2013 Roma
(RM) 29 Mar 2012
La notizia non è passata sotto silenzio; il presidente federale Renato Di Rocco si è laureato in Scienze Motorie all’Università Foro Italico di Roma discutendo la tesi "L'indagine conoscitiva sulla tutela sanitaria del ciclismo", relatore il prof. Fabio Pigozzi, Prorettore Vicario dell'Università.
Nell’introduzione della tesi, premiata con il massimo dei voti, compresa la lode, si redige una prima analisi del ciclismo tricolore: "Negli ultimi anni si è registrata anche in Italia una forte ripresa d’interesse per la bicicletta. Il trend positivo è legato senza dubbio all’attenzione sempre più diffusa in ampi strati della popolazione nei confronti delle tematiche relative al benessere psico fisico, a una migliore qualità della vita che passa attraverso attività di svago e sportive all’aperto in ambienti salubri, alla mobilità pulita e al risparmio energetico. La FCI ha colto il vento favorevole per rilanciare la bicicletta ed è riuscita in breve tempo a fermare l’emorragia di tesserati che nel decennio 1995-2005 stava prosciugando la fonte stessa del movimento ciclistico italiano, vale a dire la categoria dei Giovanissimi dai sei ai dodici anni. Da meno 8 mila si è risaliti fino a 13-14 mila. Un aumento in percentuale altrettanto consistente interessa il settore cicloturistico-amatoriale. Nel complesso i tesserati sono passati dai 57 mila del 2005 ai 68 mila del 2011. Ma l’analisi disaggregata dei dati evidenzia come la crescita riguarda soprattutto le due categorie anzidette e rallenta vistosamente nel transito dall’una all’altra delle categorie agonistiche Esordienti (13-14 anni), Allievi (15-16 anni), Juniores (17-18 anni) e Under 23 ".
Poi si passa al tema centrale della tesi: "Fin dalla categoria giovanissimi le società tendono ad imitare e riprodurre il modello del ciclismo professionistico: team-chiuso, camper come quartiere generale, società come compartimenti stagni, centralità del risultato da ottenere "a tutti i costi". Il doping ha trovato così le porte spalancate per dilagare, con conseguenza perdita di credibilità e di immagine che ha portato il ciclismo sull’orlo del collasso anche a causa di una concentrazione mediatica tesa a presentarlo come la pietra dello scandalo.
Negli ultimi anni la situazione è stata affrontata in campo nazionale e internazionale al livello di vertice con grande energia. Non solo sul piano repressivo, moltiplicando i controlli e il rigore, ma anche e soprattutto affrontando il problema dal punto di vista preventivo, della tutela della salute, con l’adozione del passaporto biologico, che consente di individuare eventuali alterazioni nei parametri personali di ciascun atleta tali da suggerire la sospensione dell’attività a fini cautelari per accertare le eventuali cause patologiche o chimiche dei disvalori. I risultati ottenuti negli ultimi parlano chiaro, al punto che oggi siamo additati dalla Wada, dall’UCI e dal CONI come modello da seguire nel contrasto al doping.
Tuttavia la Federazione Ciclistica Italiana si è resa conto che non è sufficiente affrontare il male al livello di vertice, laddove è maggiore la visibilità e la reazione dei media. Bisogna al tempo stesso aggredirlo alla radice, correggendo le distorsioni, la mentalità e le abitudini diffuse in tutto l’ambiente, che favoriscono le cattive pratiche. Da un lato, ha esteso i controlli alle categorie dilettantistiche giovanili. Dall’altro ha privilegiato la prevenzione ponendo in primo piano il tema della salute attraverso il monitoraggio periodico per la compilazione di protocolli personali con i profili biologici di un folto gruppo di allievi, juniores e under. Tutto ciò nel quadro di una vasta azione culturale che investe la formazione dei quadri dirigenti e tecnici, accompagnata da disposizioni e iniziative tese a restituire al ciclismo i valori, l’apertura e il respiro dell’origine. L’esperienza del GiroBio dimostra come ciò sia possibile. Basta creare le condizioni idonee, quali la condivisione degli spazi durante l’evento (camerate, mense, sale massaggi condivise) perché riaffiorino spontaneamente la socialità e l’interazione tra gli atleti, lo spirito di comunità e di integrazione. Allo stesso modo vediamo nelle aree sottratte al degrado e bonificate riformarsi la fauna e la flora prima scomparsa. La tesi è appunto che si possa e si debba intervenire nell’ambiente ciclistico con gli stessi criteri utilizzati per risanare ambienti compromessi da scelte errate. Si possa e si debba recuperarli ristabilendo l’equilibrio ecologico che consente l’espansione e la crescita ".
Perchè riporto questa prima parte dell’introduzione alla tesi del presidente Renato Di Rocco? Perchè a 66 anni di età il nostro presidente si dimostra sempre più il dirigente che conosce il nostro sport, ne sottolinea i limiti attuali ed indica le soluzioni per uscire dalla crisi e pedalare incontro ad una nuova primavera popolare. Sono queste le caratteristiche che deve possedere un presidente; conoscere, elaborare, proporre. C’è qualcuno che vuole rottamare Renato Di Rocco. Io dico che si tratta di un dirigente che invece diverse altre federazioni, anche internazionali, ci invidiano. Di certo chi si candida oggi all’alternativa non sembra essere in grado di proporsi in modo così convincente. Ho letto con attenzione il resoconto di Tina Ruggeri che ha partecipato al meeting dello scorso 24 marzo a Modena con i promotori di Ciclismo 2013 ed il suo rammarico per non aver potuto annotare nulla di concreto sul proprio taccuino. Ecco; questa potrebbe essere la sintesi dello stato attuale del ciclismo; rinnovatori incapaci di suscitare emozioni e dirigenti di lungo corso che dimostrano di guardare avanti sempre con grande lucidità. Ultimamente di Di Rocco si critica la scelta di abolire le premiazioni ed il fermo attività della categoria giovanile, ecco che lui dimostra come questa sia una scelta che ha un supporto scientifico di valore assoluto.
Come dire "non è mai troppo tardi" per laurearsi e "non è mai troppo tardi" per ritrovare la ragione di dirigenti proiettati al 2013 con idee ancor più vecchie di quelle che si pensa di rottamare.
Alberto Manzi, Non è mai troppo tardi
Alberto Manzi (Roma, 3 novembre 1924 – Pitigliano, 4 dicembre 1997) è stato un insegnante, personaggio televisivo e scrittore italiano, noto principalmente per essere stato il conduttore della trasmissione televisiva Non è mai troppo tardi, messa in onda fra il 1959 ed il 1968. [Da Wikipedia, l'enciclopedia libera]
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